Dicembre 1944. La Germania è sul baratro, in macerie: la guerra è oramai persa. Il ministro della propaganda Goebbels decide così di organizzare, in occasione del capodanno, un grande discorso per il Führer, un discorso che possa incendiare gli animi e spingere il popolo tedesco alla riscossa. L’unico problema è che Hitler non può farlo, evita le apparizioni pubbliche, è stanco e depresso; la sola persona che può aiutarlo ad uscire dal torpore è un docente di teatro, il professore Adolf Gruenbaum....un ebreo. Una commedia pungente, sarcastica, irriverente, che vi farà riflettere....Scritto e diretto da Dani Levy che ritorna dopo il grande successo del divertentissimo "Zucker, come diventare ebreo in 7 giorni"
IN VENDITA DA APRILE 2008Per visualizzare questa galleria multimediale devi avere Flash player.
GAIA GIULIANI
Si può ridere sul nazismo. Non è un paradosso ma un film. Si intitola Mio Führer. La vera autentica verità su Adolf Hitler. Ed è diretto da un regista ebreo. In Germania uscirà l'11 gennaio, e le polemiche sono in agguato. Cosa c'è che fa sorridere nel sanguinario dittatore tedesco? Vederlo giocare a battaglia navale con dei modellini mentre fa il bagno nella vasca tra le bolle. O osservarlo mentre si aggira depresso, immalinconito e stordito dalle droghe in mezzo ai suoi fedeli gerarchi. O mentre abbiglia il suo cane - un pastore tedesco naturalmente - con l'uniforme nazista. Tutto questo è nel primo film di produzione tedesca che dileggia il Führer e l'ideologia che portò alla Shoah. Una provocazione da parte di chi non conosce le sofferenze del popolo ebraico? No, perché Dani Levy, regista della pellicola nato in Svizzera e residente a Berlino, è di famiglia ebraica. E ha nel suo carnet Zucker! Come diventare ebreo in 7 giorni, film in cui si faceva beffe degli ebrei tedeschi e delle loro tradizioni. Finì primo in classifica nelle sale della Germania. E Levy ha deciso di continuare. Ispirandosi a La vita è bella di Roberto Benigni e a Essere o non essere di Ernst Lubitsch, parodia dell'invasione tedesca della Polonia. Perché? Perché "credo che sia molto importante che gli ebrei imparino a parlare di se stessi, e del loro passato, in modo nuovo. Basta con le riproposizioni realistiche dell'Olocausto: non fanno altro che annoiarci e impigrirci, impedendoci di andare oltre", ha commentato Levy in una recente intervista. E lo scopo va raggiunto grazie al sorriso. Quando uscì Zucker!, Der Spiegel scrisse che in sala "non si rideva degli ebrei, ma con gli ebrei. Un passo decisivo nella giusta direzione". Nel suo ultimo numero il settimanale, pur non recensendo la nuova fatica di Levy, scrive che ridicolizzare Hitler e l'Olocausto "aiuta a demolire il mito perché il dittatore torna ad essere un uomo, peraltro anche malconcio e depresso. Hitler diventa un essere umano qualunque, non più uno spauracchio. Perché l'unico modo per ridimensionare il mito, è ridere di lui". E così è, grazie alle continue prove di inettitudine del Führer, costretto anche a farsi sostituire da un sosia, ripescato nei campi di concentramento, per un discorso pubblico che infiammi la nazione. Un po' come ne Il grande dittatore di Chaplin, dove il regista-attore-musicista interpretava sia Hitler che il suo doppio, un barbiere ebreo identico al despota nazista. Nel film di Levy, Hitler è depresso, e il prigioniero, noto attore comico prima dell'avvento delle croci uncinate e specializzato nella sua imitazione, si sostituisce a lui, tentando il colpo gobbo: ucciderlo. Fallirà, ma continuerà nella sua opera dissacratoria accentuando la depressione e la stupidità di Hitler, modificando anche il famoso discorso in chiave demenziale. Nei panni di Hitler Levy ha chiamato l'attore Elge Schneider, 50 anni, comico e cabarettista tedesco, scartando invece Klaus Maria Brandauer per quelli del suo sosia. E nel cast ha voluto anche Wolfgang Becker, regista tedesco autore di “Good bye Lenin!”, film paradossale sulla Germania dell'Est e sulla "ostalgia", la nostalgia del comunismo degli abitanti dell'ex Ddr. Altro caso, altro tentativo di esorcizzare i fantasmi del passato con l'ironia.
MATTEO SIGNA - MYMOVIES.IT
L'ultima volta che il Führer è stato rappresentato sul grande schermo ha preso le sembianze gelide ma fortemente espressive di Bruno Ganz nel discusso “La caduta” di Oliver Hirschbiegel. Nel nuovo lavoro di Dani Levy, la figura del noto dittatore tedesco viene osservata attraverso gli occhi malinconici e profondi di un insegnante di recitazione ebreo interpretato da Ulrich Mühe la cui scomparsa prematura fa acquistare alla pellicola un peso decisamente diverso. Siamo nella Germania nazista del 1944. Hitler, ormai stanco e depresso, evita qualsiasi incontro pubblico. Ha bisogno di riacquistare credibilità e prestigio presso l'opinione pubblica afflitta da una guerra ormai persa. Decide, così, di farsi aiutare da un attore ebreo, Adolf Grünbaum, per rinvigorire le sue doti oratorie.
Per quanto Levy si attenga ai fatti storici, la storia e le circostanze narrate sono frutto della propria fantasia e immaginazione. Due elementi sono veritieri. Hitler ha realmente avuto un maestro di recitazione il cui lavoro consisteva nel migliorare le qualità respiratorie e gestuali. L'altro aspetto fondato gioca sulla difficile infanzia dello spietato gerarca testimoniata da un libro di Alice Miller che Levy ha letto con attenzione per la stesura dello scritto.
Come nel suo film precedente, “Zucker!...come diventare ebreo in 7 giorni”, Levy conferma la sua capacità di trattare temi delicati e fastidiosi bilanciando continuamente satira e spirito critico. Il cineasta è consapevole che gli strumenti sovversivi della commedia decostruiscono più facilmente il cinismo e la ferocia dei personaggi raffigurati. Gli stessi in ambito tragico sono più difficili da trattare perché aumenta il rischio di una frettolosa didascalia. Dall'inizio alla fine, il soggetto si avvale di una narrazione forte in cui ogni situazione è ben disegnata e concatenata. In ogni fase del racconto, tutti gli elementi contenutistici e formali sono in gioco: l'umorismo ebraico, il sottile confine tra fantasia e realtà, figure smontate continuamente, una musica minimalista e un buon gioco di equilibrio tra ricostruzioni storiche e realizzazione al computer.
FEDERICA FALCO
Quando un film prende al cuore è difficile parlarne. L'ho visto orami da giorni, ma non riesco ancora a tradurre in parole questo che per me è un piccolo capolavoro. Non riesco a dire cosa sia stato vedere sul grande schermo per l'ultima volta Ulrich Mühe. Posso cominciare a fare chiarezza partendo da semplici domande. Si può ridere dell'Olocausto? Che domanda ridicola... certo che no!
Le commedie servono a far pensare? Beh, tralasciando cose immonde alla Manuale d'amore 2 e se risaliamo agli albori della nascita del genere, ad Aristofane in quel di Atene... certo che sì!
Eccome! La commedia già allora metteva a nudo le inconsistenze, le assurdità del potere. E faceva riflettere i cittadini. Dal presupposto che la commedia sia intrinsecamente più sovversiva della tragedia, il regista ebreo Dani Levy decide di mettere in scena un film che prende spunto da molti fatti storici, ma che complessivamente si dipana lungo il filo della fervida fantasia dell'autore.
Lo stesso Levy ammette di aver avuto una forte spinta alla sceneggiatura di questo soggetto dopo La vita è bella di Benigni, diametralmente opposto a Schindler's List. Quest'ultimo vuole rendere in modo realistico l'Olocausto, ma per Levy rimane una grandiosa e deludente bugia, mentre Benigni si avventura in un campo totalmente diverso, dimostrando come la fantasia dei bambini sia indistruttibile anche in un campo di concentramento, attraverso la rappresentazione del tragi-comico rapporto padre-figlio. Un film che non volendo ricostruire in modo realistico la vicenda storica riesce a raccontare in modo molto più vero un dramma umano. Oltre a La vita è bella altri due elementi spinsero Levy a sceneggiare e dirigere questo film: la lettura del libro della psicologa Alice Miller, tra le più note dell'epoca: "For Your Own good: hidden cruelty in child rearing and the roots of violence" che ricorda molto gli studi della Scuola di Francoforte sulla relazione tra educazione austera e autoritaria che vigeva in Germania in quell'epoca ed il sentimento di vendetta e sopraffazione che ha caratterizzato un'intera popolazione ai danni di una più debole.
Il secondo libro fondamentale per il regista fu quello di Paul Devrient: "My Pupil Adolf Hitler", dell'insegnante di recitazione che, è un fatto storicamente accertato, Hitler ebbe per migliorare le sue performances in pubblico. Ce n'era abbastanza per creare una commedia scoppiettante che tenesse presente tutti questi elementi e che ridicolizzasse chi dell'Olocausto era stato responsabile.
Parole incisive quelle del regista: "Non volevo offrire a questi personaggi cinici ed emotivamente devastati l'onore di un'immagine realistica". Come è facile intuire tutti i più alti gerarchi nazisti sono rappresentati con tutte le loro debolezze, Hitler in particolare è un represso che cova rancore per tutte le “legnate” prese ingiustamente dal padre. È un Fuehrer prostrato quello che ci viene presentato, un Fuehrer che non crede più nell'eventualità della vittoria. Goebbels ha un'idea, chiamare alla Cancelleria del Reich qualcuno in grado di risvegliare la maggiore ossessione del Fuehrer: l'odio! Così viene liberato dal campo di concentramento il prof. di recitazione Grunbaum, molto famoso nel Reich prima della guerra. Il suo compito sarà quello di risvegliare il Fuehrer dal torpore, temprandolo in 5 giorni per il discorso di Capodanno. Da qui tutta una serie di scene da cui tutto il Reich con la sua burocrazia ne esce massacrato. Il prof. Grunbaum si trasforma in analista del Fuehrer dal quale tirerà fuori tutto il suo essere represso e Hitler apprezzerà molto questo maestro, dal quale non vorrà più separarsi. Tra immagini di repertorio, ricostruzioni eccezionali di una Berlino rasa al suolo, tra tecnologia digitale e modelli di polistirolo, costumi dell'epoca riprodotti in modo fedele, l'unico a non potersi concedere il lusso della risata è proprio il prof. Grunbaum, l'incarnazione dell'olocausto, il quale riuscirà ad ottenere sempre più potere presso il Fuehrer che non saprà dire di no alla sua richiesta finale. Un cast ottimo, in cui Helge Schneider (Hitler) è per me una vera scoperta, ma soprattutto lui Ulrich Muhe. Ad ogni scena ho cercato di imprimermi la dolcezza e le serenità dei suoi occhi che non guarderanno mai più nella macchina da presa. Sui miei occhi che piangono chiudo questa mia riflessione sul film.
Non perdetevelo per niente al mondo!!!
ANDREA D'ADDIO
Com’è il tedesco ariano ideale? Biondo come Hitler, atletico come Goering e alto come Goebels”. Questa era una delle barzellette che giravano (poco, magari sottovoce, ma giravano) nella Germania degli anni più bui del nazismo, quando molta della credibilità del fuhrer e dei suoi ufficiali era stata dispersa (infatti Hiter era bruno, Goering obeso e Goebels bassissimo). Proprio su questo tipo di comicità si basa “Mein fuhrer”(Il mio fuhrer): il paradosso, la possibilità di abbinare a coloro che storicamente si sono macchiati del maggiore (sempre che sia stilabile una classifica di questo tipo) crimine contro l’umanità della storia, qualità opposte a quelle da sempre riconosciutegli. E cioè ridicolaggine e stupidità, senza peraltro andare troppo lontano dalla verità visto che, seppure gli atteggiamenti fossero diversi, stupidi, per non dire altro, lo erano davvero. E anche la burocrazia che nulla concedeva se non richiesto tramite lungo iter procedurale, se non era quella di “Mein fuhrer” poco ci mancava. Il regista ebreo svizzero Dany Levy (già autore del satirico “Zucker, come diventare ebreo in sette giorni”) tenta un’operazione per certi versi simile a quella che fece Benigni in “La vita è bella”. L’argomento Hitler è normalmente tabù per i film comici, troppo alto è il rischio che si offenda la sofferenza delle vittime. “Mein furher” trova però un registro narrativo tragicomico adeguato che scherza, ma al contempo non banalizza. Non siamo certamente ai livelli del lavoro del comico toscano, qui la comicità in senso stretto si fa spesso ripetitiva (una volta che ci si abitua ad un Hitler che si comporta sempre come non ci si aspetta che farebbe, le risate non vi travolgeranno), le citazioni varie di grandi umoristi sembrano fini a sé stesse e di quella drammaticità dietro l’angolo che dovrebbe preoccupare i suoi personaggi positivi non se ne percepisce tutta la ferocia, ma il film in sé ha il merito di continuare su quel percorso di “fare i conti con la storia” che la Germania, a differenza dell’Italia, sta continuando ad operare non solo nella politica, ma anche in tutte le arti. Non che si possano fare paragoni tra due nazioni dal passato simile, ma non identico, ma sarebbe curioso vedere quali sarebbero le reazioni della politica, degli intellettuali, della stampa e della gente se un’operazione del genere fosse stata realizzata in Italia e sull’Italia. Ultima annotazione: quasi ultimo film per Ulrich Muhe (già straordinario protagonista del bellissimo “Le vite degli altri”) morto purtroppo quest’estate. Chissà se le altre due pellicole che ha girato prima di salutarci arriveranno in Italia.
La frase: "Date ai fascisti un bacio, ovunque li incontriate” (dalla poesia di Kurt Tucholsky “Rose sparse sul cammino”).
BORIS SOLLAZZO “Liberazione”
Dani Levy si scatena in una regia rigorosa e fantasiosa, un mocku-biopic visionario e senza scorciatoie, con battute e sequenze di clamorosa comicità e con una narrazione, per immagini e dialoghi, ossessionata da ricerca dell'umanità dietro il mito. Per demolirlo: anche fisicamente, si pensi solo al duello o al taglio dei baffi. La Germania attuale, divisa tra focolai di neonazismo latente e un atavico e massacrante senso di colpa, ha bisogno di questo film, come noi ne avemmo di Pasolini, Wertmüller e Scola. La normalità del male, la banalità della ferocia, la massificazione della follia omicida, dall'Argentina al Cile, dai lager ai pogrom, devono essere svelate. E seppellite, scovandone le motivazioni e il ridicolo, con una risata.
www.zabriskiepoint.net
Come mostrato (e dimostrato) più volte si può far ridere anche con eventi e momenti drammatici della nostra storia. E questo Mein Fürher non scappa da questo assioma... un film che fa ridere ma che fa anche riflettere su "il folle mondo nazista" e sul "Terzo Reich Adolf Hitler"... Un ridere a denti stretti... ma pur sempre ridere. E poi l'importanza di far arrivare ad un vasto pubblico questa figura atroce che ha "distrutto" l'Europa, la Germania... e parte del mondo"... che ha massacrato milioni di ebrei in modo "disumano" giustifica anche il mezzo grottesco con il quale Dani Levy ci mostra questo mondo... Un mondo folle, caduco, fragile, e perchè no... lisergico... intasato di problemi ma pur sempre un mondo che ha ucciso milioni e milioni di persone in virtù (e disgrazia) di una distorta visione del mondo...Un eccidio che da sempre viene attribuito ad un uomo solo (anche se nessuno nega che dietro esisteva il nazismo e una "banda" di disturbati mentali), ma è nel corso naturale delle cose che si identifichi in una persona il colpevole. Questo è un discorso assoluto, noi "poveri" umani abbiamo bisogno di "vedere" "un" colpevole. Di identificare un uomo (o donna) come reo di un atroce delitto. Ma questo discordo vale nel male come anche nel bene. Basti pensare ai spartani e a Leonida, alle coqnusite di Cesare (e tutti dimenticano le sue valorose legioni), e così via... come in negativo Mussolini, Stalin, etc. Ma non vogliamo addentrarci in questioni politiche. I nostri sono nomi presi a caso tra i tanti possibili. È nell'animo umano commettere delitti. È nell'animo umano odiare qualcosa o qualcuno. È nell'animo umano cercare di sopraffare il più debole. Un teorema semplice, banale, da sociologia spicciola ma di una verità sconcertante e reale. Ed è proprio questo che Dani Levy cerca di mostrare con il suo film. Come la debolezza di uno si trasforma nella forza dell'altro. Come un Hitler ormai "arrivato di cottura" fosse un burattino nelle mani del regime nazista, e come anche potesse essere manipolato da un ebreo in quel preciso momento. Perché Levy si lancia in questa ipotesi grottesca? Per dimostrare che non esiste il male assoluto ma esistono persone, decine di persone che "si creano" falsi scopi e falsi miti pur di arrivare al potere, pur di poter dare una scintilla per mostrare il loro potere, ma per fare ciò debbono dare una dimostrazione di forza, ed è così che vengono coinvolti i più deboli, quelli destinati da sempre a subire. Ma Levi non è critico solo bnei confronti dei nazisti ma anche degli ebrei ai quali contesta un lassismo che li ha portati a quel punto. Un lassismo che non gli ha fatto prendere nessuna iniziativa e sopportare supinamente tutto ciò che gli è stato propinato. Può sembrare scioccante ma è il suo punto di vista che traspare dal modo aggressivo di fare ironia su questa drammatica trance di Storia. Lo fa con ardore, con passione, celandosi dietro a più di qualche risata (e il film in più occasioni fa ridere) ma il suo scopo primario è di "non far dimenticare" ciò che è stato commesso dai nostri nonni e bisnonni (anche noi in Italia non siamo immuni da ciò). E Levi con il suo fare leggero tocca momenti di grande cinema, di rara forza espressiva, di piccole gemme di saggezza dispensate qua e là... come la scena nel quale Hitler dorme tra il suo insegnante ebreo e la moglie di questi nelle stanzetta lager sotto il palazzo del Reich. Una scena divertente ma che fa capire come l'uomo sia così fragile davanti alla vita... Ottimo l'audio, potente e rotondo, dal suono cristallino ed assolutamente pulito da qualsiasi imperfezione. Un suono che esce nitido dalle varie uscite, ben equlibrato e distribuito alla perfezione. Buona la qualità dell'immagine. Dai colori brillanti, luminosi, nitidi, e ben contrastati per una visione di altissima qualità. Corretto il formato proposto sul DVD. Extra con le sole interviste in questa versione rental, ma molto interessanti con il punto di vista del regista, che insiste che non si deve dimenticare il passato e le due interviste ai due protagonisti che parlano dei loro personaggi cercando di spiegarne le caratteristiche.