Lezioni di felicità - Odette Toulemonde
Lezioni di felicità - Odette Toulemonde

Lezioni di felicità - Odette Toulemonde

Regia: Eric-Emmanuel Schmitt

Balthazar (Albert Dupontel) è uno scrittore di successo, Odette (Catherine Frot) fa la commessa in un negozio di periferia. Balthazar ha una bella moglie, una bella casa; Odette è una goffa quarantenne alle prese con un figlio gay e una figlia nel bel mezzo della pubertà. La vita è stata generosa con Balthazar, avara con Odette. Eppure l’infelice è lui. Un concorso di circostanze fortuite metterà in contatto queste due vite altrimenti distanti anni luce: un incontro che trasformerà completamente l’esistenza di entrambi. Esordio alla regia del pluripremiato drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt, lo stesso di “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”. Campione di incassi in Francia, Lezioni di Felicità, è una storia comica quanto fantastica sull’imprevedibilità dell’amore, un grido di ribellione alle negatività, un inno alla cultura popolare. La colonna sonora è firmata dal premio Oscar Nicola Piovani.

IN VENDITA DA SETTEMBRE 2008

Scheda

  • REGIAEric-Emmanuel Schmitt
  • ANNO2007
  • GENERECommedia
  • DURATA100
  • BN/COLOREColore
  • PRODUZIONEA Bel Ombre Films - Antigone - Pathé Renn Production - TF1 Films
  • DISTRIBUZIONEVidea-CDE e Eagle Pictures
  • CASTCatherine Frot (la Voltapagine), Albert Dupontel (Irreversible)
  • SITO UFFICIALEwww.odettetoulemonde-lefilm.com
  • FORMATO2.35.01
  • AUDIOItaliano 5.1 - Francese 5.1
  • SOTTOTITOLIItaliano - Italiano N.U.
  • REGIONE2 PAL
  • NULLA OSTAN. 101541 del 06/03/2008
  • COD. PR. HV862337 CNDO
  • COD. EAN8031179723379

Recensione

MARIA VITTORIA GALEAZZI
Commedia romantica immersa nel mondo naïf di un personaggio unico, una moderna Mary Poppins che trasforma magicamente i lati tristi della sua vita in gioia pura, religiosamente al ritmo di musica. Lezioni di felicità è l'esordio registico di un grande scrittore, Eric-Emmanuel Schmitt, conosciuto dal pubblico internazionale per opere come Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano - dal quale François Dupeyron ha tratto un film interpretato da Omar Sharif - o Le Visiteur. Autore impegnato e penna quasi mai leggera, ha scelto di debuttare dietro la macchina da presa con una commedia che tinge di fantastico surrealismo fanciullesco e dolcissimo romanticismo un messaggio contro i pregiudizi culturali. Odette Toulemonde (Catherine Frot) è una donna qualsiasi, comune come il suo cognome, lavora come commessa in un centro commerciale in una cittadina belga grigia e monotona. È rimasta vedova con due figli problematici a carico e di notte cuce le piume sui vestiti delle ballerine delle riviste francesi. Non ha una particolare cultura, frequenta vicini di casa grotteschi, veste e vive nell'amore spassionato per tutti i clichè del kitsch: una collezione di bambole da fiera, un poster che ritrae due innamorati davanti a un tramonto e soprattutto i libri di Balthazar Balsan, autore amato esclusivamente da lettrici donne. Ciò che la distingue da tutti gli altri è l'allegria con la quale affronta le sue giornate, una magia di infantile gioia di vivere che rende la cosa più banale un momento di surreale realizzazione della sua immaginazione. È la forza inspiegabile della sua fantasia e del suo animo buono che le fa spiccare il volo quando è felice, la fa danzare quando apparecchia la tavola o spolvera i trucchi sul banco di cosmetici su cui lavora, fa prendere vita agli oggetti che tocca e fa suonare una musica allegra come in un juke-box emozionale. Il mondo intorno a lei cambia ed è condizionato dal suo inarrestabile ottimismo. All'inizio può sembrare una scialba signorotta di periferia rinchiusa in una quotidianità fatta di emozioni fatue e ridicole, ma quando si entra nel suo mondo si capisce la ricchezza di un universo che canta insieme a lei, si comprende che dietro una persona così falsamente scontata è celato il tesoro più prezioso: la felicità. La storia inizia con il giorno più importante per la vita di Odette, l'incontro con il suo scrittore preferito (Albert Dupontel), l'uomo che a suo avviso le ha salvato la vita e le ha dato una ragione per andare avanti. Purtroppo i minuziosi preparativi per il rendevouz non vanno a buon fine perché la protagonista, giunto il suo turno per l'autografo, non riesce a dire una parola a Balthazar e l'intellettuale parigino, imbarazzato, la liquida con poche battute. Questo non fa perdere le speranze alla testarda Odette che torna da lui un anno dopo con una lettera- su una carta rosa con degli angioletti sullo sfondo - per raccontarsi e cercare di esprimere la sua gratitudine per quell'uomo e le sue opere. Balthazar non presta la minima importanza alla busta lasciata dalla protagonista, ma fuori da ogni previsione, dopo una serie di sfortunati eventi che fanno cadere lo scrittore in una profonda depressione, l'uomo andrà a ricercare Odette per prendere da lei delle lezioni di felicità. Tra i due individui, completamente diversi, nasce un legame profondo che oltrepassa l'atteggiamento solitamente da playboy di lui e il continuo distacco dalla realtà di lei. Balthazar si trasferisce per un periodo a casa di Odette, sistemando tra suo figlio Rudy (Fabrice Murgia), giovane gay che gira nudo nel corridoio con un amante sempre nuovo, sua figlia Sue Helen (Nina Drecq), in piena crisi adolescenziale, e il suo burbero e maleodorante fidanzato. Le scene che ne derivano sono di una comicità micidiale, prima tra tutte quella che ritrae lo scrittore con un pigiama da tigrotto del ragazzo omosessuale. Il film fa incontrare due mondi solitamente slegati e lontani e apre gli occhi su come la saggezza nella vita sia un dono innato, rintracciabile persino nell'ignoranza di una donna agghindata da tulle e merletti. La sua semplicità e onestà d'animo sono ciò che la rende speciale e vanificano l'importanza della provenienza culturale delle sue parole. Schmitt vuole in questo senso spezzare una lancia a favore della tolleranza e lasciare tra le righe un messaggio contro i pregiudizi culturali e l'elitarismo intellettuale che spesso occlude la mentalità francese, ma non solo. Il romanticismo del film è volutamente smielato ma purtroppo, con il passare dei minuti, tende ad appiccicare lo spettatore alla poltrona sotterrandolo sotto uno strato di glassa: andava forse smorzato di più soprattutto nel finale. Il tentativo registico, anche azzardato per essere una prima esperienza, di trasportare sullo schermo le metafore usate in letteratura e quindi di osare con gli effetti speciali è da apprezzare, anche se si nota il tocco acerbo con il quale sono state girate e strutturate le riprese. Gli attori sono bravissimi: la protagonista Catherine Frot, che aveva già fatto parte del cast di Ibrahim e i fiori del Corano, porta un'energia fortissima alla storia e rappresenta alla perfezione, con autoironia e delicatezza, il personaggio ridicolo e al tempo stesso saggio che titola il film. Albert Dupontel, lo scrittore fallito e depresso, ha gli occhi iperespressivi di un clown triste e sa essere di un'ironia irresistibile. Il film si muove sulle note di Joséphine Baker e su una magnifica colonna sonora originale creata ad arte dal compositore italiano Nicola Piovani.

MARCO SPAGNOLI
Lezioni di felicità (Odette Toulemonde) segna l'esordio alla regia del celebre scrittore e autore teatrale francese, Eric-Emanuel Schmitt. Una commedia ispirata al 'realismo magico' sullo strano incontro tra una commessa di un grande magazzino innamorata platonicamente di uno scrittore di bestseller in crisi. Una pellicola divertente e poetica, in cui Schmitt distilla una grande fascinazione per la commedia, ma anche per la suggestione derivata dalla recitazione di attori di grande talento come Catherine Frot e Albert Dupontel. Le musiche del film sono di Nicola Piovani: una collaborazione che il regista racconta così: "Appena ho terminato di scrivere la sceneggiatura ho immediatamente chiesto a Piovani di comporre le musiche." Dice Schmitt "Perché mi è sempre sembrato che il suo lavoro avesse un 'colore' indispensabile al film così come lo volevo realizzare. Un 'colore' che appartiene ad un certo cinema italiano interessato a raccontare la vita e la storia di personaggi di origine semplice e popolare e che mostra la dignità delle persone semplici. E' quel tipo di 'colore' che si può ritrovare nel cinema di De Sica, rispettoso della gente semplice. Nicola Piovani è un artista in grado di comporre musiche sofisticate e popolari al tempo stesso. La sua ingenuità vicina a quella dell'infanzia corrisponde perfettamente al personaggio di Odette." Come è nato questo film? L'idea mi è venuta in seguito ad un episodio che mi è successo in Germania qualche anno fa a Rostock, sul Mar Baltico. Lì sono uno scrittore molto famoso e dopo una lunghissima attesa per farsi firmare le copie del mio libro, una donna truccatissima e molto curata non ha saputo dirmi nulla e mi ha gettato una lettera con un cuore di spugna al suo interno. All'inizio ero indignato e disgustato sia dal tono mellifluo della missiva che dalla sua presentazione kitsch. Poi, in albergo, più per noia che per vero interesse, ho riletto la lettera e ho capito con quanto affetto sincero questa persona mi scrivesse. Mi sono reso conto che, a dispetto del ridicolo del nostro incontro e del vederla strizzata nel suo migliore tailleur, si trattava di una persona intelligente e serena. Ho capito di essere stato vittima del mio stesso pregiudizio. Le ho risposto e subito dopo ho iniziato ad immaginare la storia di Odette. Devo precisare, però, che lo scrittore non sono io. Se mi fossi ispirato a me stesso avrei fatto un ritratto molto diverso e più lusinghiero. Non è nemmeno ispirato a Bernard Henry Levi?No, no. Parliamo del 'realismo magico' presente nel film…Mi interessava partire dal mondo così come è, per mostrare, poi, il modo in cui lo vede Odette. All'inizio del film prendo in giro il personaggio di Odette e il suo mondo. Poi inizio a raccontare la storia attraverso gli occhi di lei. Desideravo partire dal cliché per poi allontanarmi da esso ed esplorare, piuttosto, il cuore del personaggio: la sua intelligenza, la sua saggezza e il perché si tratta di una donna fuori dall'ordinario. La sua visione poetica del mondo mi obbligava a seguire un certo stile narrativo. Progressivamente, poi, passo dal realismo alla magia. Come nel caso di Gesù che non è un personaggio reale, ma una figura che vede solo Odette e che è la rappresentazione della sua bontà d'animo e il suo altruismo. Rispetto alle sue opere teatrali, questo film sembra più 'leggero' ed evanescente…E' vero: il mio teatro e i miei racconti sono molto più crudeli. Dietro a questa crudeltà c'è sempre un mio atto di fede nei confronti del valore dell'umanità. La realtà è che, per il mio debutto al cinema, volevo realizzare un film più modesto che potesse ispirarsi al mio primo contatto con il mondo dei film, ovvero con Walt Disney. Anche se sono un filosofo e uno scrittore ritengo sia possibile amare al tempo stesso sia Disney che Kant. Odette è un personaggio meraviglioso come quelli delle Silly Symphonies disneyane. Per me Lezioni di Felicità è una strizzatina d'occhio alla mia archeologia intima e alla passione che ho avuto per Walt Disney e Jean Cocteau. Ho preferito iniziare con una commedia per testare il mio rapporto con gli attori. Credo che il prossimo progetto avrà dei colori meno sfavillanti e più sobri. In più per questo film avvertivo il desiderio di raccontare due mondi che conosco molto bene: quello popolare e quello degli scrittori. La mia è una famiglia semplice. Mia nonna era una donna delle pulizie e per questo volevo assolutamente che una storia di fantasia come questa avesse, comunque, una base realista. Lezioni di felicità è una commedia, ma al tempo stesso lei sembra affrontare una questione importante e seria, come la definizione stessa della 'Cultura'...Sì, perché attraverso la commedia ritenevo giusto dovere dire alcune cose sulla 'Cultura'. Il personaggio di Olaf Pims, lo scrittore e critico, dice che esistono libri per le parrucchiere, le centraliniste, i portieri, le commesse. Una frase che non è mia e che ho sentito più volte ripetere in Francia. Una considerazione che considero ispirata da un razzismo sociale e da un classismo inauditi. Forse nessun intellettuale si prende gioco della povertà, ma, di certo, tutti gli intellettuali ironizzano sulla cultura di massa e delle fasce sociali più basse. La cultura dei poveri fatta di televisione e riviste è considerata volgare. E' un pregiudizio aprioristico che talora è vero, ma non sempre. Queste considerazioni sono una reazione istintiva degli intellettuali contro chi è popolare e che ha un grande pubblico. Alle volte gli intellettuali sembrano fare assurdamente parte di un club elitario e misantropo dalle porte chiuse…Cos'è per lei la felicità? Non pormi mai questa domanda: la felicità è il silenzio su questo argomento e non avvertire il bisogno di aggiungere qualcosa.

STEFANIA LEO
Se avete amato “Il favoloso mondo di Amélie Poulain”, adorerete Odette, una signora allegra e canterina, appassionata di libri e maestra di felicità. Eric-Emmanuel Schmitt ruba il titolo alla sua raccolta di racconti, Odette Toulemonde (e/o), e porta la storia di una commessa e del suo amore per la lettura sul grande schermo, con il titolo Lezioni di felicità. Odette non ha niente per cui essere felice: vedova, con un figlia ispida e scontrosa, innamorata dell’autore Balthazar Balsan, che le ha salvato la vita con i suoi libri, ma a cui non riesce nemmeno a dire il suo nome. Eppure Odette è felice. Canticchia Josephine Baker mentre cucina. Si fa mettere lo smalto sulle unghie dal figlio gay, con cui s’intende più che con sua figlia. Ripara il perizoma del suo vicino dedito agli scambi di coppia. E vive per le piume dei costumi che confeziona per le riviste de Les Folies Bergere. Balthazar Balsan, invece, non ha niente per cui essere felice. Sballottato tra un firma copie e l’altro, vive ammirato dalle sue lettrici, tra cui c’è Odette. Ma la sua sorte muta quando durante una trasmissione televisiva Olaf Pims lo etichetta come uno scrittore per sciampiste, commesse e parrucchiere. Tornato a Parigi, scopre che sua moglie lo tradisce proprio con il critico, ormai suo acerrimo nemico. Persa ogni fiducia in se stesso, tenta il suicidio. In cura psichiatrica, scopre una grande verità sulla psicanalisi, dicendo: “Lei è pagato per farmi stare bene. Lei non mi vuole bene. Per questo, non può aiutarmi”. Quindi, alla ricerca di una persona che, amandolo, può aiutarlo, ritrova la lettera di Odette, lasciata da lei in libreria, e parte alla sua ricerca. Un’Odette in estasi tale da fluttuare mentre cammina, lo accoglie in casa sua e impartisce a Balthazar Balsan lezioni di felicità, tornando a farlo sorridere e scrivere. Ma Balthazar scopre a poco a poco la voglia di ricambiare il favore…Il primo film di Eric-Emmanuel Schmitt non poteva che essere così, melenso, divertente e dolcemente filosofico. Perso nell’incanto della voce della splendida Josephine Baker, Schmitt dà molta importanza alla musica in Lezioni di felicità. Infatti, ha chiamato nella sua equipe il compositore Premio Oscar Nicola Piovani, per cui “la felicità è quando si sta per alzare il sipario e il direttore scorge la mezza sala, sente gli ultimi colpi di tosse, si prepara alla musica”. Secondo il regista/scrittore francese “Piovani ha una colore nella sua musica che appartiene a quel cinema italiano interessato alla gente semplice, come nei film di Vittorio De Sica”. Lezioni di felicità è anche il primo vero omaggio a Josephine Baker in occasione dell’appena trascorso centenario dalla sua nascita. Il riferimento a questa cantante è il punto di partenza ideale per analizzare lo sguardo realista di Schmitt sulla vita di Odette. Questo sguardo da realista diventa magico, come nei Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez. “ Parto dal mondo così com’è, dove mi prendo gioco di Odette e delle sue stranezze, per poi far vedere al pubblico il mondo secondo Odette e lasciare che l’amino”. Un esempio di questa tecnica nel film è la figura di Gesù: dapprima sembra solo un ragazzo come tanti con un nome strano, poi capiamo che si tratta solo della visione religiosa di Odette, che nessun’altro vede, immersa nel mondo quotidiano. Odette rappresenta anche un cliché della discussione culturale francese: la cultura popolare, quella delle commesse. Schmitt, che da sempre scrive di tolleranza e pregiudizi, consegna la storia di questa donna belga al pubblico cinematografico, col chiaro intento di far vedere quanto il sogno, la felicità, ma soprattutto la cultura non abbiano bandiere, nomi o club elitari. Lezioni di felicità ha dei momenti visivamente incantevoli che ricordano lo stupore consegnato alla storia delle pellicole di Georges Melies, come Viaggio nella luna. Lezioni di felicità è un film felicemente visionario, dove non sembra per nulla strano vedere una donna svolazzare senza ragione accanto all’uomo che ama, dove l’amore è qualcosa che può essere vissuto con passione e divertimento.La felicità diventa una questione da piccoli sogni –una casa al mare, un balletto mentre si prepara la cena, un uomo che ha voglia di rendere felice la sua donna. Schmitt dimostra di saper usare linguaggi diversi per parlare d’amore e quando gli si chiede cos’è per lui la felicità, risponde: “La felicità è per me il silenzio a questa e a tutte le altre domande”.