The Hurt Locker
The Hurt Locker

The Hurt Locker

Regia: Kathryn Bigelow

Ritorna Kathryn Bigelow dopo i grandi successi "Point Break" e "Strange Days". THE HURT LOCKER è il ritratto intenso di un’unità speciale di soldati con il compito più pericoloso del mondo: disarmare bombe nel mezzo dell’azione. In un’epoca in cui gli eserciti non sono formati da militari di leva ma da volontari, e gli uomini si lanciano di buon grado nell’azione militare, a volte la guerra corteggia in maniera potente e seducente fin quasi a diventare dipendenza. La sceneggiatura è opera della stessa Bigelow insieme allo scrittore e reporter di guerra Mark Boal autore anche del soggetto di "Nella valle di Elah" di Paul Haggis. Hurt Locker è in concorso e in anteprima mondiale al 65° Festival del cinema di Venezia.

IN VENDITA DA FEBBRAIO 2009

Scheda

  • REGIAKathryn Bigelow
  • ANNO2008
  • GENEREAzione
  • DURATA127
  • BN/COLOREColore
  • DISTRIBUZIONEWarner Bros Pictures Italia e Videa-C.D.E.
  • CASTJeremy Renner, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse, Anthony Mackie, Christian Camargo, Brian Geraghty
  • SITO ITALIANOwww.videa-cde.it/thehurtlocker

Recensione

DIEGO SERRATI
La guerra può essere un'esperienza divertente e positiva", bisogna solo prenderla come un gioco. Bastano azzardo, determinazione e una "fottuta adrenalina". Dopo giorni e giorni di logorante attesa, finalmente questa Mostra del Cinema di Venezia regala un film straordinario, una pellicola ambiziosa, riuscita, scomoda, profonda e che farà sicuramente discutere. La regista Kathryn Bigelow, autrice di film cult come Point Break e Strange Days, racconta l'Iraq come già fatto da molti altri suoi illustri colleghi. Dopo le laceranti incursioni di Paul Haggis (Nella valle di Elah) e di Brian de Palma (Redacted), questa volta però l'attenzione si sposta sugli EOD ("Explosive Ordinance Disposal"), ovvero le squadre di artificieri impegnate a disinnescare bombe in zone di guerra. The Hurt Locker segue una di queste unità nei 40 giorni che separano i suoi membri dal cambio con un altro reparto, filmando la loro vita, le missioni e soprattutto documentando l'insopportabile stress cui quotidianamente sono sottoposti, elemento che rende questo film meno politico degli altri, ma forse più fisico e intimista. Sceneggiato dalla stessa Bigelow, con la collaborazione del reporter di guerra Mark Boal (lo stesso che ha ispirato Haggis per il suo film), The Hurt Locker è interpretato dal convincente Jeremy Renner (già esemplare soldato americano nel recente horror 28 settimane dopo), con camei famosi di Ralph Fiennes, Guy Pearce e Evangeline Lilly (la Kate Austen di Lost). Fin dai minuti iniziali la Bigelow catapulta lo spettatore sul campo di battaglia, nel bel mezzo di una missione al centro di Baghdad. La guerra in questo angolo di mondo è diventata un aspetto della quotidianità, ormai ci si convive, la si osserva freddamente dalle finestre e dai terrazzi. Il deserto, il silenzio e le macerie circostanti rendono il territorio spettrale, estraneo al resto del mondo, simile ad un paesaggio lunare sul quale gli artificieri (vestiti non a caso come astronauti) si muovono con cautela. Si recupera spesso un senso di morte che rimanda al visionario Full Metal Jacket di Kubrick, seppure la Bigelow prediliga un taglio (registico e narrativo) più realistico, costruendo solidissime sequenze d'azione tali da rendere lo spettatore "embedded", direttamente sul campo, con tanto di meticolosi particolari e innumerevoli punti di vista (si stimano infatti più di duecento ore di girato prima della fase di montaggio). Il ritmo è solidissimo, i dettagli magistrali, le sanguigne riprese sono frutto di una macchina da presa violenta e brutale che inchioda allo schermo. Eppure non è l'ordinario cinema d'azione. L'obiettivo della Bigelow, magnificamente centrato, è piuttosto quello di ricreare un senso di perfetto realismo. La tensione si avverte in ogni momento e non cessa mai di alimentare ansia e angoscia. Accade però che non sempre, dopo una crescendo impeccabilmente costruito, la Bigelow giunga al punto di rottura. La sete di spettacolarità dello spettatore viene infatti frustrata, lasciando il posto ad un'azione che a volte implode su se stessa, piombando in un momentaneo nulla. È questo che rende la pellicola realistica, ambigua e imprevedibile come la vita, determinata solo da un angosciante e spaventoso "lancio di dadi" che casualmente decide: vita o morte. Progressivamente la Bigelow abbandona il gruppo, concentrandosi sul personaggio di William James, perfetto prototipo di soldato, uomo deciso e temprato, che affronta senza remore ogni missione pericolosa. Egli è trattato a lungo come un modello di eroe da elogiare e come una figura su cui basare un'apologia del coraggio tutto americano. Eppure anche stavolta la Bigelow discende nell'ambiguità, costruisce esternamente il suo personaggio seguendo fedelmente il prototipo del perfetto militare a stelle e strisce (con l'ausilio anche di soluzioni registiche da rozzo film action hollywoodiano, come nel finale), ma nel frattempo lo scardina dall'interno, evitando la retorica, lasciando emergere sottilmente e sottointesa un'immagine desolante. La guerra forgia uomini incorruttibili, prima terrorizzandoli (si vive sulla difensiva, ogni civile deve tenersi a cento metri di distanza), poi logorandoli nella ripetitività quotidiana (la narrazione è un altro degli elementi inappagati del film) e infine rendendoli spietate macchine da guerra cui viene lavata via l'identità (bellissima e crudele la sequenza della doccia). Essi sono pedine spersonalizzate con l'uniforme come nuova pelle. Illusoriamente si credono immortali, pronte a sfidare in un delirio di onnipotenza il caso, la morte, il destino. Tutto si distrugge in questo luogo oltre i confini della Terra, lasciando solo una irrinunciabile droga a dare quell' adrenalina necessaria per sentirsi vivi: la guerra. Si entra così in una realtà virtuale, un gioco di ruolo. Si esce in battaglia e ci si posiziona, si attacca e ci si difende. Si fa fuoco. Si combatte. Si perde sangue. Si cade. Si muore. "Grazie per aver giocato". Game over.

FILM.IT Adriano Ercolani
Dopo anni di silenzio, Kathryn Bigelow torna in concorso in questa nuova edizione del festival di Venezia con “The Hurt Locker” un war-movie ambientato nella Baghdad odierna, emozionante e pieno di scene assolutamente coinvolgenti. Possiamo finalmente annunciarlo senza più timori: Kathryn Bigelow come la conoscevamo e come l’abbiamo amata è tornata! Dopo anni di silenzio o di prove a dir poco non riuscite come “Il mistero dell’acqua” (The Weight of Water, 2000) o “K-19” (K-19: the Widowmaker, 2002), la cineasta torna in concorso in questa nuova edizione del festival di Venezia con “The Hurt Locker”, un war-movie ambientato nella Baghdad odierna, emozionante e pieno di scene assolutamente coinvolgenti. Ormai bisogna lasciare da parte l’autrice adrenalinica e forse estetizzante di cult come “Point Break” (1991) e soprattutto il suo capolavoro, “Strange Days” (1995); la Bigelow con questa sua ultima pellicola dimostra di essere sulla strada precisa di una maturità artistica più compassata ed equilibrata, capace però allo stesso tempo di realizzare cinema di enorme qualità stilistica, molto più misurato nel ritmo narrativo ed in cui emergono con maggiore pienezza le sue abilità di regista: in “The Hurt Locker”, storia di un gruppo di soldati addestrati a disinnescare gli ordigni esplosivi nascosti dentro la città, la regista mette in piedi un film tesissimo dal punto di vista emotivo ed esemplare sotto il profilo estetico, ma non esageratamente tronfio nella messa in scena. Certo, la Bigelow è comunque abituata a lavorare su strutture narrative non particolarmente originali, ed anche questo lungometraggio ha un paio di punti in cui la retorica delle frasi fatte fa capolino; ma nel complesso la pellicola possiede una sobrietà del tutto efficace, che si equilibra con coerenza ed in almeno due o tre momenti ci propone grande cinema, sia nella tensione che nella raffinatezza della regia. Altro grande punto a favore nella riuscita di “The Hurt Locker” è la scelta del cast d’attori: se le due “star” presenti nel cast Ralph Fiennes e Guy Pearce si concedono due brevissimi ruoli che lasciano comunque il segno, i due veri protagonisti sono i meno conosciuti ma efficacissimi Jeremy Renner ed Anthony Mackie, molto affiatai e perfettamente speculari sia nelle diversità fisiche che psicologiche dei loro rispettivi personaggi. Soprattutto Renner, già visto in numerose parti di contorno negli ultimi anni, ci regala una prova d’attore molto complessa e sfaccettata, e libera una notevole dose di energia emotiva attraverso una performance fisica trattenuta ma vibrante. Chiamato in concorso per sfruttare probabilmente la scia del “caso” De Palma della scorsa edizione, che col suo duro “Redacted” (id., 2007) aveva conquistato pubblico e giuria, questo nuovo film sulla guerra in Iraq della Bigelow si distanzia sicuramente dal predecessore sia nello stile che nella costruzione narrativa, offrendo al pubblico una visione meno “sporca” ma molto più compiuta a livello puramente cinematografico. Il ritorno della Bigelow dietro la macchina da presa in una pellicola di tale importanza e forza espressiva rappresenta quindi uno dei momenti più importanti e significativi di questa edizione del festival.

IL TEMPO
Quindi «Point Break» con Keanu Reeves, «Strange Days» con Ralph Fiennes. Fino, di recente, a quel «K-19» che indusse il New York Times a definirla «una dei registi di maggior talento dei nostri giorni». Oggi, con «Hurt Locker», affronta addirittura la guerra. Con un impeto, una forza nei ritmi e nelle immagini di una tale aggressività da lasciare sbalorditi e, per i valori cinematografici raggiunti, ammirati senza riserve. Lo spunto gliel'ha suggerito un giornalista, Mark Boal, che durante il conflitto in Irak ha assistito da vicino alle imprese rischiosissime di un'unità speciale di militari addetti, nel corso stesso dei combattimenti, a disinnescare bombe nascoste un po' dovunque, tra le case e le strade di Baghdad e anche in aperta campagna, tra mille insidie. Non c'è però, nel complesso della vicenda, solo l'impresa bellica corale, pur in grado, in molti passaggi di togliere il respiro, ma c'è, e non solo a margine, il tratto caratteriale di un personaggio presto suggerito come protagonista, che non solo non ha nessuna paura mentre, tra molti incidenti, compie le sue missioni, ma addirittura ne è esaltato a tal segno da potersi iniziare il film con una didascalia che avverte: la guerra, per qualcuno, è una droga. E per lui, difatti, lo è in modo tanto travolgente che quando, nel finale, lo vediamo tornato a casa, in famiglia, subito dopo lo ritroviamo su un aereo, di nuovo in uniforme, pronto a ricominciare...Il disegno forte di questa figura centrale, fatto risultare realisticamente in tutte le sfumature della sua psicologia, ma anche, intorno, e non solo come sfondo, l'arsura di quei combattimenti, l'avvicendarsi di quei militari pronti allo sbaraglio mentre, sulle immagini che li coinvolgono, vengono impressi di tanto in tanto degli annunci che informano dei giorni mancanti alla conclusione di quelle gesta. Confortando tutti, salvo il protagonista che di quei drammi foschi ha, invece bisogno quasi fisicamente. Un ritratto splendido, al centro di un film di guerra come da tempo non si vedeva. Ancora una volta, indifferente al cambiamento di temi e di generi, Kathryn Bigelow ha fatto centro.

MYMOVIES. IT Marianna Cappi
I 40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una "cassetta del dolore", pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno. A distanza di sei anni da K-19, Kathryn Bigelow torna a parlare di guerra e di dipendenza, al confine –già più volte esplorato- tra coraggio e alienazione. Il racconto procede dritto e ansiogeno, come la camminata dell'artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; ci sono i crismi del genere – il soldato che ha paura, le scazzottate alcoliche- ma ridotti all'osso; e c'è l'eroe, un Davide che affronta il Golia dell'esplosivo a mani nude, del quale siamo portati a pensare che non abbia più niente da perdere, ma è vero il contrario. La Bigelow si è mossa, negli anni, fuori e dentro da Hollywood, ma a nulla varrà cercare in The Hurt Locker la denuncia estrema di Redacted, la messa in discussione di ciò che guardiamo, (non) sappiamo, permettiamo. L'immagine che la regista restituisce dell'Iraq non è nuova ed è certamente parziale, ma non è questo il punto. Quel che conta è il deserto dell'anima, il buio della guerra che s'avvicina e attira a sé un uomo intelligente (in grado di capire in pochi secondi il nemico che ha di fronte, il tipo di bomba) come il fuoco attira una falena. Gestendo il ritmo in modo straordinario, perché del ritmo (delle onde, del cervello, dell'azione) ha fatto da sempre l'oggetto della sua riflessione cinematografica, Kathryn Bigelow ha girato un film potente, che cede solo in qualche interstizio alla tentazione della spiegazione e del cameo inutili. Affidandosi alle cronache del reporter Mark Boal, ha elaborato e raccontato un danno apparentemente collaterale ma in realtà sostanziale, entrando come mai prima nella questione di genere (il maschile). Chi dice che l'autrice è una donna che fa film da uomini, infatti, non dice tutto. In The Hurt Locker c'è un unico personaggio femminile, che occupa un numero insignificante di fotogrammi e una sola battuta del dialogo, eppure ne intuiamo subito la libertà, compresa la libera scelta di essere fedele ad un uomo che non c'è e non glielo chiede. Lo stesso uomo che ci viene mostrato, al contrario, schiavo del pericolo, dell'emozione forte a tutti i costi, di quell'immenso contenitore di alibi che è la guerra. Perché, per dirla in perfetto stile hollywoodiano, morire è facile, è vivere che è difficile. E questo, impossibile negarlo, è un giudizio chiaro e tondo.